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La marcia degli agricoltori
in 10 mila contro la manovra

Vecchioni: "Siamo allo stremo, le imprese chiudono". Defiscalizzazione, sgravi contributivi e prezzi del gasolio: le richieste del popolo della terra

La marcia degli agricoltori in 10 mila contro la manovra

Il Palapartenope è un'unica onda di bandiere sventolanti e cappellini biancoverdi. Ci sono diecimila agricoltori che dire arrabbiati è poco, portati da una carovana di torpedoni da ogni dove d'Italia. Napoli è la seconda tappa di una marcia su Roma, a Montecitorio ci arrivano domani, per protestare contro la manovra economica del governo, dalla defiscalizzazione degli oneri sociali che scadono tra pochi giorni, ai prezzi del gasolio agricolo, alla "vergognosa proroga delle multe sulle quote latte". Sgravi contributivi, più aiuti al settore è quello che il "popolo della terra" chiede con forza. E al seguito del suo appassionato leader, Federico Vecchioni, il popolo di Confagricoltura minaccia la "rivoluzione agricola".

Vogliono la "par condicio" con altri comparti produttivi. In sala, l'assessore regionale all'Agricoltura Vito Amendolara, approva: "Battaglia di giustizia e legalità, non corporativa". Intervengono il vicepresidente della Commissione agricoltura del Senato Alfonso Andria, e il numero due della giunta regionale, Giuseppe De Mita. Dal palco, Paolo Russo, presidente della Commissione agricoltura della Camera, berretto a visiera, avverte: "Il ministro Galan da lì non si muove, statene certi. Presenterò un ordine del giorno, spero che il governo saprà coglierlo, sennò andrà in votazione".

Dalla Sicilia alla Calabria, dalla Sardegna alla Puglia, dall'Abruzzo all'Umbria, Lazio, Toscana, Marche, Molise, sono arrivati inferociti "neri, vessati, umiliati". Vecchioni al microfono dice poche, chiare cose. "L'agricoltura deve stare sul mercato e produrre reddito. Ce lo lascino fare". Grida e attacca "gli splafonatori amici di Bossi, che hanno avuto tutto e noi niente, una porcheria". Urlano i fischietti. "Andremo a Pontida se ce ne sarà bisogno". Vecchioni attacca Marchionne: "Scusate, perché tante polemiche sulla Fiat per una fabbrica che va in Serbia? E noi? L'abbandono delle campagne equivale alla delocalizzazione delle industrie, ma è ben più drammatico in termini di degrado e di impatto sul territorio". E a chi nella maggioranza vorrebbe le dimissioni del ministro Galan, Vecchioni fa sapere: "Facciamo quadrato attorno al ministro che, da quando si è insediato, ha sempre difeso gli interessi di tutta l'agricoltura italiana".

"Sono mesi - incalza il presidente di Confagricoltura - che responsabilmente abbiamo detto sì alla coesione sociale. Il governo deve intervenire perché sia garantito all'agricoltura un contratto, così come fa per difendere produzioni e occupazione nelle grandi vertenze industriali. Si trovano 8 miliardi per la cassa integrazione di tutti i comparti e non si trovano 300 milioni per l'agricoltura italiana? Quando si parla di difesa delle medie e piccole imprese, quelle agricole non ci sono mai. Il Paese, la classe politica deve rendersi conto che l'agricoltura è allo stremo e, se le nostre imprese chiudono, addio made in Italy ed export". Vecchioni scandisce: "Vorrei che non si dimenticasse che ogni giorno un milione e quattrocentomila persone producono quasi il 16 per cento della ricchezza dei Paese, con grande beneficio per l'erario. Gran parte del patrimonio culturale italiano è in ambito rurale e viene conservato e tutelato grazie agli agricoltori. A fronte di tutto ciò i piani regolatori continuano a cancellare circa mille ettari di terra produttiva al giorno per far spazio a un'edilizia forsennata. Chiudere 12,5 milioni di ettari di terra vuol dire chiudere il paese". Napoli è una tappa, non molleremo, conclude il leader sventolando il tricolore e il drappo biancoverde. Tutti in piedi a cantare l'Inno di Mameli, e dopo pochi minuti, il tendone di viale Kennedy è già vuoto.
 

 

 

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